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25 NOV 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8359
MEL GIBSON HA INIZIATO LE RIPRESE PER IL SEGUITO DELLA PASSIONEÂ di Federica Di Vito
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Ci siamo. La scorsa settimana sono iniziate presso gli studi di Cinecittà le riprese dell'attesissimo The Resurrection, regia di Mel Gibson sotto la produzione di Icon Productions e Lionsgate come partner distributore. C'è una novità inattesa: Jim Caviezel, che ha interpretato il ruolo di Gesù in The Passion, sarà sostituito dall'attore finlandese Jaakko Ohtonen. L'attore, 36 anni, è noto per aver interpretato il guerriero danese Wolland nella quinta stagione della serie Netflix The Last Kingdom, così come per le sue apparizioni in Vikings: Valhalla o in produzioni finlandesi come All the Sins. Secondo quanto annunciato nei mesi scorsi dal magazine statunitense Variety, Mel Gibson non farà il suo ritorno in Italia solo a Roma, ma le riprese riguarderanno anche Matera e altre località della Puglia.
Le novità non riguardano solo il personaggio di Gesù. Gibson infatti ha deciso di cambiare totalmente il cast rispetto al primo film. Stando sempre a quanto riferito da Variety, la ragione risiederebbe nella collocazione temporale del film, ovvero tre giorni dopo la fine del primo: se non avesse cambiato gli attori sarebbe dovuto ricorrere alla CGI (ovvero la grafica computerizzata che crea scene, personaggi e immagini in 2D o 3D) per ringiovanire gli attori, e questo avrebbe richiesto costi molto elevati.
Maria Maddalena, che in The Passion era interpretata da Monica Bellucci, sarà Mariela Garriga (Muori di lei, Gli uomini d'oro, Mission impossibile: Dead Reckoning). Al posto di Maia Morgenstern nel ruolo della Madonna ci sarà Kasia Smutniak, mentre Pietro vedrà l'interpretazione di Pier Luigi Pasino (La legge di Lidia Poet). Ponzio Pilato sarà interpretato da Riccardo Scamarcio e ci sarà anche Rupert Everett in un ruolo non ancora specificato.
Le date di uscita previste sono: per la prima parte il Venerdì Santo, 26 marzo 2027, e il giorno dell'Ascensione, 6 maggio 2027, per la seconda. La scelta di queste date è voluta - come per il primo film - in modo da collegare le uscite con il calendario liturgico cristiano.
16 SEP 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8291
UNICORNI: FILM GENDER PER BAMBINI FINANZIATO DALLA REGIONE LAZIO
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Cento minuti di film, ovvero cento minuti di luoghi comuni a favore dell'ideologia gender, con qualche parentesi per mettere in ridicolo (non parlate di satira, quella è un'altra cosa) la prospettiva di chi non si allinea con la propaganda LGBT. Grandi "lezioni" a favore dell'identità di genere - soprattutto per i bambini - delle relazioni aperte e fugaci, della carriera alias nelle scuole e della necessità di assecondare l'identità che i figli "sentono" o in cui si "auto-percepiscono". È una prima, veloce ma esaustiva descrizione del film "Unicorni", che vede protagonista un bambino di nove anni che si sente più femmina che maschio e si vuole vestire da bambina. La pellicola si è addirittura meritata l'apertura del Giffoni Film Festival lo scorso 17 luglio (storica rassegna cinematografica dedicata a bambini e adolescenti), e Pro Vita & Famiglia è andata (sigh!) a vederla al cinema per poter mettere in guardia i genitori da una propaganda - quella gender - che si fa martellante soprattutto con l'avvicinarsi, tra qualche giorno, dell'inizio del nuovo anno scolastico.
Il film racconta la storia di Lucio (Edoardo Pesce), un conduttore radiofonico dallo spirito progressista, e di sua moglie Elena (Valentina Lodovini), con cui condivide una famiglia "allargata", poiché ha una figlia con la sua prima moglie e un figlio con Elena, Blu, bimbo di nove anni che ama vestirsi da bambina, ma solo all'interno delle mura domestiche, dove si sente al sicuro. Il punto di svolta arriva quando Blu, in vista della recita scolastica, esprime il desiderio di interpretare la Sirenetta, indossando un costume femminile in pubblico. Questa richiesta inaspettata scuote gli equilibri familiari. I due genitori entrano così in contatto con un gruppo di supporto chiamato "Genitori Unicorni", formato da famiglie che vivono situazioni simili e guidato da una "psicologa di genere" (Michela Andreozzi, che è anche regista del film). In questo contesto Lucio si scopre meno "progressista" di quanto egli stesso credeva, poiché non riesce inizialmente ad accettare che il figlio voglia vestirsi da bambina e non si senta davvero maschio. Elena, dal canto suo, viene dipinta come una mamma "aperta" e decisa a accontentare il figlio in ogni sua richiesta.Â
TUTTI I RIFERIMENTI AL GENDER E AI TEMI LGBT
Nel contesto di questa trama - già di per sé impregnata di temi gender - si innestano tantissimi piccoli e grandi (a volte palesi ed espliciti) riferimenti all'Agenda Lgbtqia+. Una narrazione arcobaleno che rende a nostro avviso il film totalmente inadatto ai bambini. Tanto che, sulla pagina ufficiale di una delle case produttrici, la Vision Distribution, la pellicola presenta insieme al bollino verde (con scritto 6+ e la sigla del Ministero della Cultura) il bollino rosso con scritto "sex", visti i dialoghi sui temi sessuali presenti nel film. Ma andiamo con ordine e snoccioliamo tutti i dettagli che rendono il film così ideologico. Innanzitutto, come abbiamo già detto, il leitmotiv è l'ideologia secondo la quale i bambini devono essere liberi di sentirsi e "auto-percepirsi" senza alcun limite. Blu, che ha una sorella, la chiama invece «sorello» e viene da lei chiamato «fratella», mentre la stessa dichiara a gran voce che «la monogamia è figlia del patriarcato».
In particolare, poi, in una lunga scena di dialogo tra la "psicologa di genere" e il gruppo dei genitori, vengono elencati e spiegati tutti i termini della propaganda Lgbt: transgender, cisgender, identità di genere, disforia di genere, eterosessualità , omosessualità , bisessualità e addirittura l'espressione di genere, ovvero come le persone "si manifestano e si vestono" al di là della propria identità o sessualità . Si parla inoltre di una ragazza che assume il nome di "Andrea" e per la quale i genitori avevano preso in considerazione di adottare una terapia per ritardare la pubertà , in questo caso il ciclo, ma non avendo poi autorizzato tale terapia (viene sottolineato che serve l'autorizzazione dei genitori) nel film si evidenzia come sia uno shock per l'adolescente veder crescere il proprio corpo ma "non sentirlo suo".
RAFFIGURAZIONE RIDICOLA
Tra i genitori che si confidano c'è chi dice che il figlio «ha fatto domanda per la carriera alias ma la preside ci ha dichiarato guerra» oppure chi si presenta come «una coppia di genitori di un figlio Amab (assigned male at birth), ovvero assegnato maschio alla nascita». L'apoteosi sembra arrivare quando la psicologa spiega che la varianza di genere, ovvero il fatto di assumere comportamenti considerati inadatti agli stereotipi, si può manifestare anche prima dei 3 anni.
L'unica voce fuori dal coro, la madre di Andrea, che sottolinea come lei «a 13 anni non sapeva neanche scegliere il liceo, figuriamoci» decisioni di tale portata, alla fine del film finisce per lasciare il marito e dunque viene raffigurata ed etichettata come colei che non ha accettato la volontà del figlio, come il membro della coppia che fa la scelta sbagliata, retrograda.
E proprio qui si innesta un altro aspetto della narrazione, seppur non in primo piano, ovvero quello della raffigurazione ridicola, comica, grottesca e cosiddetta "medievale" di chi la pensa diversamente, raffigurato come di destra, conservatore e tradizionalista. Le coppie - inizialmente anche quella protagonista - dove uno dei due genitori non accetta ciò che i figli "sentono di essere" finiscono per litigare, per andare in crisi o addirittura lasciarsi, con la ragione che viene data sempre e solamente a chi accontenta i bambini. A tal punto che in un determinato momento il piccolo protagonista sembra voler tornare indietro su ciò che pensa di se stesso dichiarando che lo fa «per non far divorziare» i propri genitori. Addirittura anche il figlio di un personaggio non allineato agli schermi Lgbt viene a sua volta narrato come un bullo, come lo specchio - in miniatura - di ciò che è il padre. Viene, a conclusione del film, persino "discriminato" rispetto al protagonista Blu, poiché dopo una lite tra i due entrambi vengono sospesi da scuola e perciò non possono partecipare alla recita, ma alla fine il protagonista riesce in qualche modo a cavarsela, mentre l'altro rimane fuori dalla recita, seduto tra il pubblico degli adulti, escluso dagli altri bambini.
FRECCIATINA AL MONDO CATTOLICO
Come se tutto ciò non fosse sufficiente, nel film c'è spazio anche per qualche sottile - ma neanche troppo velata - frecciatina al mondo cattolico. Un'imprenditrice di chiaro stampo conservatore e cattolico (si accenna anche a Papa Wojtyła) litiga con Lucio e, quando quest'ultimo se ne va, si sente affermare «vabbè pazienza, tanto non era neanche battezzato». Ancora, in un'altra scena i protagonisti rimangono imbottigliati nel traffico di Roma a causa di un pullman in sosta. La spiegazione è, in pochi secondi, un cocktail di luoghi comuni: «ci mancavano solo i turisti del Giubileo, che so tutti vecchi e centenari». Una spruzzata di anticattolicesimo non si nega mai.
Se dovessero restare interrogativi sulla portata ideologica del film, ogni dubbio viene fugato dalla stessa regista del film, Michela Andreozzi, autrice di un autogol clamoroso sui social. Rispondendo a una video-recensione critica sulla faziosità ideologica del film, la Andreozzi ha "chiarito" di essersi consultata con un'associazione che si occupa del tema a "360 gradi": GenderLens, un collettivo, si legge sul loro stesso sito, di «genitori, attivistә trans e alleatә» che sostiene l'esistenza di "bambini trans", si batte per portare la Carriera Alias nelle scuole italiane e che, nel settembre 2024, organizzò il laboratorio per "Bambin* trans e gender creative" - rivolto a minori dai 5 ai 14 anni - all'Università di Roma Tre.
Come tantissimi altri film anche "Unicorni" ha fatto richiesta e ha potuto avere accesso a finanziamenti pubblici. In particolare, la Commissione Tecnica di Valutazione istituita dalla Regione Lazio per il bando Lazio Cinema International - Prima finestra 2024 lo ha valutato idoneo alla richiesta di fondi e sui 357.000 euro richiesti ne ha percepiti ben 310.000. A fronte di questi finanziamenti, però, l'altra faccia della medaglia sembra raccontare un flop al botteghino, poiché secondo i dati più aggiornati (a fine agosto) reperibili sul portale specializzato Box Office Mojo, gli incassi totali stimati del film ammonterebbero a 140.000 dollari, equivalenti a poco più di 130.000 euro.
12 AUG 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8260
IL NUOVO FILM DEI FANTASTICI QUATTRO, UN INNO PROLIFE DI SUCCESSOÂ di Fabio Piemonte
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L'industria cinematografica italiana e internazionale - in special modo hollywoodiana ma non solo - usa ormai principalmente il linguaggio artistico quale grimaldello del 'politicamente corretto', costruendo narrazioni per adulti e bambini allo scopo di favorire l'accoglienza dei temi cari all'ideologia di genere e alla cultura woke. Eppure è arrivato da poco anche nelle sale italiane un film inaspettatamente prolife, con tante sottolineature positive sulla bellezza della maternità e l'esigenza di prendersi cura e custodire la vita di un figlio sin dal grembo materno. Si tratta de "I Fantastici Quattro: Gli inizi" - ulteriore rielaborazione creativa intorno alla genesi della celebre squadra di supereroi - che, tra l'altro, si preannuncia il film Marvel con il più alto incasso dell'anno, con buona pace delle rivisitazioni in chiave woke di molti altri film (si pensi alla Disney tanto per fare un esempio) che invece sono quasi sempre stati un flop.
Ma andiamo con ordine. I Fantastici Quattro è una squadra di supereroi consolidata, composta da Reed Richards, Sue Storm, Johnny Storm e Ben Grimm. L'intero film - non vogliamo fare troppo spoiler - ruota intorno alla gravidanza inaspettata di Sue, alla gioia per aspettare un figlio e alla paura che il futuro figlio della coppia di supereroi possa essere messo in pericolo dal villain di turno - Shalla Bal, un araldo di Galactus - e dunque per questo i Fantastici 4 fanno di tutto per salvare la vita, fin dal grembo materno e anche dopo la nascita, del piccolo Franklin.
GRAVIDANZA, MATERNITÀ E TUTELA DEL NASCITURO
Sin dal concepimento nel grembo della mamma c'è un essere umano che cresce e si sviluppa gradualmente, in modo coordinato e autonomo. Questa verità scientifica di un'incredibile bellezza è quanto Sue cerca di mostrare al marito Reed. Tanto che Sue - che ha il potere dell'invisibilità - rende invisibile la sua pancia, affinché Reed possa vedere il loro figlio nel grembo. Una vera e propria "ecografia" da supereroi potremmo dire. Inoltre tutti i Fantastici Quattro si dichiarano pronti a sacrificarsi in prima persona per il piccolo Franklin oltre che premurarsi, chiaramente - in quanto veri supereroi - anche di difendere l'incolumità fisica degli abitanti della terra durante i violenti scontri con Galactus. Lo stesso villain addirittura "scansiona" la pancia di Sue per vedere suo figlio in grembo e capirne i superpoteri che anche il piccolo avrà una volta nato. Da qui la tragica promessa di fare di tutto pur di ucciderlo e tentare di farlo sia prima che dopo il parto. Il pregio principale del film, dunque, è sicuramente quello di mettere in luce la bellezza intrinseca della maternità e la forza del legame viscerale tra madre e figlio, che sospinge anche a gesti eroici, quale la disponibilità a offrire la propria vita per lui.Â
L'attrice è davvero incinta: «Il ruolo mi ha fatto capire cosa significa essere mamma». «È stato molto utile sapere che il film trattava della rabbia e dell'amore di una madre. Volevo che fosse più primordiale piuttosto che semplicemente: "Sto cercando di sconfiggere questo nemico per tutti". Era più come: "Sto lottando per salvare mio figlio". Volevo attingere alla ferocia del femminile, pur sapendo che Sue incarna anche una femminilità molto delicata». Con queste parole l'interprete di Sue Storm, l'attrice britannica Vanessa Kirby - attualmente davvero incinta nella vita reale -, ha sottolineato in un'intervista come tale ruolo l'abbia anche aiutata a capire il significato della maternità . «La maternità è questo: non è una cosa passiva. Per partorire devi essere completamente, totalmente feroce. Sono così felice di provare tali emozioni. È così toccante per me ed è tutto ciò che avrei potuto sperare per lei. Le madri sono delle vere e proprie guerriere, delle supereroine di tutti i giorni. Lo sappiamo tutte, perché tutte noi proveniamo da una stessa famiglia», ha aggiunto ancora l'attrice, sottolineando nello stesso tempo come «a volte le donne d'azione possano sembrare invincibili. Non ne vediamo il lato più tenero».
BOOM AL BOTTEGHINO: UN CASO?
Nelle parole della Kirby emerge dunque una verità chiara, al di là di ogni ideologia 'politicamente corretta': la maternità non è qualcosa da evitare alla stregua di una 'malattia' o da considerare come qualcosa che indebolisce le donne o che le priva di successo, carriera, divertimento, vita mondana. Al contrario, da tale esperienza trasformante, le madri riescono a scoprire capacità , talenti ed energie che neanche pensavano di avere, sorprendendosi di riuscire a realizzare grandi cose proprio mentre crescono i loro figli.
Oltre a questi aspetti pro life e relativi alla trama, il film ha già sbancato il botteghino, incassando oltre 200 milioni di tutto il mondo (solo finora) e diventando così il film Marvel con il più alto incasso quest'anno, oltre ad aver ricevuto entusiastiche recensioni sia dalla critica cinematrografica che dal pubblico. Un caso? Beh, probabilmente il grande successo de "I Fantastici Quattro: Gli inizi" non sarà dovuto principalmente o comunque non esclusivamente ai suoi temi pro life e pro family, ma certamente balza agli occhi l'altrettanto grande differenza - guarda caso - tra questo film e i tanti "politicamente corretti" e proni all'ideologia woke e Lgbt che invece sono spesso stati dei flop giganteschi.
6 MAY 2025 · Si tratta di un dramma romantico in cui la protagonista London Quinn è una ragazza solare, spontanea, appassionata di arte e desiderosa di approfondire le sue radici cristiane. Il suo migliore amico è Dawson Gage, un ragazzo convintamente cristiano che non nasconde i suoi principi religiosi. La scena iniziale del film in cui i due gareggiano con le moto d'acqua è molto bella e coinvolgente. Quando la ragazza si toglie i vestiti per indossare la muta lui si volta dall'altra parte in quanto cristiano rispettoso del pudore. Lei lo prende in giro dicendogli: «Sei nato nel secolo sbagliato, sai?». Un po' come dargli del medioevale e sorpassato. Come dire: «Va bene essere cristiani, ma tu sei integralista».
Dawson da anni prova sentimenti profondi per lei e finalmente viene il momento in cui la corteggia chiaramente e lei sembra disponibile, ma proprio in quel momento London muore in un tragico incidente d'auto. Dawson è devastato. Durante il lutto, scopre dai genitori di London un segreto sconvolgente: avevano fatto ricorso alla fecondazione artificiale. Avevano concepito in vitro due gemelle, ma erano in grado di farne nascere solo una, per cui decisero di cedere l'altro embrione al medico che aveva effettuato la procedura. L'embrione era stato quindi impiantato in una donna di cui non conoscevano il nome. Il padre di London definisce la cessione dell'embrione non come un'adozione, ma solo "un passaggio di proprietà ", in quanto è stato "firmato un contratto".
A questo punto ci potremmo immaginare che un film cristiano metta in luce i problemi etici che tutto questo comporta. E invece niente. I genitori sono dispiaciuti soltanto di non aver detto prima alla figlia dell'esistenza di una sua gemella. Tutto qui.
IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
Ben diversamente la pensa il Catechismo della Chiesa Cattolica, che al n. 2376, in merito alla fecondazione eterologa, cioè fatta con gameti esterni alla coppia, afferma: «Le tecniche che provocano una dissociazione dei genitori, per l'intervento di una persona estranea alla coppia (dono di sperma o di ovocita, prestito dell'utero) sono gravemente disoneste. Tali tecniche (inseminazione e fecondazione artificiali eterologhe) ledono il diritto del figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui e tra loro legati dal matrimonio. Tradiscono "il diritto esclusivo [degli sposi] a diventare padre e madre soltanto l'uno attraverso l'altro"».
Relativamente all'omologa, cioè alla fecondazione artificiale tra coniugi, il n. 2377 precisa: «Praticate in seno alla coppia, tali tecniche (inseminazione e fecondazione artificiali omologhe) sono, forse, meno pregiudizievoli, ma rimangono moralmente inaccettabili. Dissociano l'atto sessuale dall'atto procreatore. L'atto che fonda l'esistenza del figlio non è più un atto con il quale due persone si donano l'una all'altra, bensì un atto che "affida la vita e l'identità dell'embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica sull'origine e sul destino della persona umana. Una siffatta relazione di dominio è in sé contraria alla dignità e all'uguaglianza che dev'essere comune a genitori e figli". "La procreazione è privata dal punto di vista morale della sua perfezione propria quando non è voluta come il frutto dell'atto coniugale, e cioè del gesto specifico dell'unione degli sposi [...]; soltanto il rispetto del legame che esiste tra i significati dell'atto coniugale e il rispetto dell'unità dell'essere umano consente una procreazione conforme alla dignità della persona"».
https://www.filmgarantiti.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=_someone_like_you
5 FEB 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8070
LA RIVOLUZIONE GENDER NELLA CHIESA SI SPECCHIA NEL FILM CONCLAVEÂ di Riccardo Cascioli
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Il vescovo della diocesi francese di Coutances et Avranches, mons. Grégoir Cador ha recentemente annunciato la nomina di una vicaria generale, Audrey Dubourget, aggregata quindi al consiglio episcopale. Anche nell'arcidiocesi di Bruxelles a dicembre era stata nominata una delegata episcopale, Rebecca Charlier-Alsberge, il cui nome è stato addirittura introdotto nella Preghiera eucaristica. In Italia, nella trasmissione tv Otto e Mezzo (La7) tocca a una suora, Paola Arosio, censurare la decisione del presidente americano Donald Trump di considerare soltanto i generi maschile e femminile, decisione ritenuta violenta e non al passo con i tempi. Sulle teorie omosessualiste e transessualiste del cardinale americano Blaise Cupich potete leggere quest'altro articolo di Tommaso Scandroglio. E poi il Papa, che tra settembre e ottobre scorso ha ricevuto con grande enfasi due diversi gruppi di persone omo e transessuali, ma che soprattutto promuovono l'agenda LGBTecc. nella Chiesa.
Sono soltanto alcuni recenti fatti - se ne potrebbero citare tanti altri - che danno l'idea di come si stia realizzando nella Chiesa una vera e propria rivoluzione morale. Di più, è in atto un processo che snatura il sacerdozio.
E sono fatti che vengono immediatamente in mente dopo aver visto il film Conclave, diretto da Edward Berger e tratto dall'omonimo romanzo di Robert Harris, uscito in Italia nei giorni di Natale e ancora presente nelle sale cinematografiche con un buon successo di pubblico. Del resto parliamo di un film candidato a 8 premi Oscar, sette Golden Globes e tanti altri riconoscimenti. Dunque tra poche settimane, quando ci sarà la Notte degli Oscar, tornerà di grande attualità .
Malgrado ciò si potrebbe anche evitare di parlare di questo film, se fosse semplicemente l'ennesimo lavoro - pur cinematograficamente ben fatto - dedicato a screditare la Chiesa cattolica, con protagonisti dei cardinali dediti soltanto a trame di potere o con pesanti scheletri negli armadi. Cose già viste, si potrebbe dire.
SUBDOLA E INQUIETANTE
In realtà l'operazione Conclave è molto più subdola e inquietante. Intendiamoci, gli ingredienti del thriller vaticano ci sono tutti: a cominciare dalla colonna sonora, degna di un film di Dario Argento, che fin dalle prime scene accompagna le azioni più ordinarie e ovvie che seguono la morte di un Papa, dando l'impressione di assistere a chissà quale misfatto. Né mancano gli scandali che via via emergono a Conclave in corso e ovviamente restano chiusi nelle segrete stanze: il cardinale africano con un figlio e il canadese che trama e paga altri cardinali per avere il loro voto. Poi ci sono i due fronti contrapposti, progressisti e tradizionalisti, rigorosamente occidentali, ovviamente impegnati in una lotta semplicemente di potere. Il tutto condito, nei rari discorsi importanti, da un linguaggio politicamente corretto: su tutti l'omelia nella Messa che introduce il conclave, quando il cardinale Lawrence, il decano che fa da guida nello svolgersi del film, pronuncia un elogio del dubbio contro ogni certezza. Dubbio che peraltro esprime il suo sentimento in un momento di crisi di fede.
Fino all'epilogo in cui, azzerati a colpi di scandalo tutti i principali candidati, in virtù di un banalissimo discorso su poveri e guerre guadagna i voti per il papato il cardinale giovane, che viene dalle periferie. E che però nasconde il segreto di una natura sessuale che si intuisce intersex, anche se la descrizione che ne viene fatta è di fanta-anatomia. Alla fine il nuovo Papa, con tutta la sua ambiguità e anche banalità , emerge come l'unica figura veramente positiva del Sacro Collegio, un uomo-donna che in virtù di questa natura ha la mitezza e la propensione al dialogo - contro l'arroganza e la violenza dei maschi tossici - di cui necessitano la Chiesa e il mondo.
FINZIONE O REALTÀ?
Insomma una trama, se vogliamo, neanche troppo originale. Cosa c'è allora di inquietante in questo film? Che quella che solo un pontificato fa sarebbe stata considerata come un'opera di fanta-religione, come è stato il Codice da Vinci tanto per fare un esempio, oggi appare drammaticamente realistico. I discorsi dei cardinali nel film, in cui manca qualsiasi riferimento concreto alle ragioni della fede, sono terribilmente simili a quelli che oggi si sentono sulla bocca di tanti prelati, compreso l'elogio del dubbio, «la Chiesa non è tradizione» e così via. Anzi, nella realtà si sentono e si vedono cose ben peggiori.
Quando un vescovo promuove una mostra blasfema e un altro approva il fast food in chiesa con la giustificazione che «Gesù approverebbe», cosa vuoi che sia un cardinale ossessionato dalla paura che diventi Papa il candidato tradizionalista?
Se vogliamo, la realtà esemplificata dai fatti citati in apertura è già più avanti rispetto a quello che si vede nel film. Al punto che l'elezione a Papa di un cardinale intersex o anche transessuale, oggi - dopo l'attuale pontificato - non è più fanta-religione.
Il primo pensiero che viene in mente uscendo dal cinema è infatti che oggi questo epilogo sarebbe drammaticamente possibile, anzi ci si chiede se non sia già successo che qualche prete o vescovo sia esattamente in questa condizione. Ricordiamo che già tre anni fa la diocesi di Torino ha accettato di cresimare con il nuovo nome e genere una donna "diventata" uomo; e si può stare sicuri che altrove nel mondo occidentale non ci si scandalizzi più di casi del genere. La crescente pressione per l'accettazione nei seminari di candidati omosessuali al sacerdozio, poi va nella stessa direzione.
Nel film il Papa defunto viene a conoscenza della situazione del vescovo intersex e malgrado ciò lo nomina cardinale, gli dice «Vai avanti». Non è forse questa una situazione che ci è familiare? Non abbiamo visto in questi anni la brillante carriera di personaggi dichiaratamente pro-LGBT come il già citato cardinale Cupich o il cardinale Robert W. McElroy, promosso proprio nelle scorse settimane ad arcivescovo di Washington?
In fondo, Conclave fa da cassa di risonanza a chi nella Chiesa lavora per la sua distruzione, rendendo familiare e accettabile a un vasto pubblico, anche di cattolici, un epilogo come quello del film.
7 JAN 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8031
LA VERA STORIA DI POCAHONTASÂ di Rino Cammilleri
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Celebrata in un cartoon della Disney nel 1995 e da un film di Terence Malick del 2006 (con cast stellare: Colin Ferrel e Christian Bale), la leggenda dice che l'indiana Pocahontas si innamorò dell'inglese John Smith e lo salvò dal palo della tortura. Il colono la sposò e la portò in Inghilterra. Gli americani le hanno dedicato anche un francobollo. Ma il sito housecultures.com la racconta diversa. Era figlia di un capo powhatan, Wahunsenaca, nacque verso il 1596 e cambiò nome tre volte.si chiamava Amonute. Nella cerimonia di passaggio ala maturità assunse il nome di Matoka. Ma tutti la chiamavano Pocahontas, che significa "la gioiosa" o la "giocosa", così che anche lei finì con il presentarsi con tal nome. Suo padre aveva più mogli, ma tra i powhatan della Virginia si usava che ogni moglie del capo, se incinta, lasciasse il figlio al padre e fosse libera, se lo voleva, di risposarsi. Così fu per Pocahontas, che si ritrovò con una sorella d'altra mamma. Smith, nei suoi libri di memorie, raccontò in seguito di essere stato preso dagli indiani, e che il suo catturatore, tale Opechancanough, lo aveva mostrato come preda nei vari villaggi dei powhatan: in quello di Pocahontas sarebbe stato da lei salvato dl sacrificio stabilito da suo padre.
LA VERA STORIA
Ormai gli storici sono pressoché concordi nell'affermare che Smith raccontava frottole. Nella sua autobiografia, infatti, diceva di aver visto in mare anche le sirene. È più probabile che Smith abbia preso spunto dalla storia di un conquistador spagnolo, Juan Ortiz, che nel 1528 era stato catturato dagli indiani della Florida nel corso della spedizione di Hernà n De Soto e liberato undici anni dopo grazie all'intercessione della figlia del capo Uzita. Infatti, la traduzione inglese del resoconto di De Soto comparve a Londra nel 1609, diversi anni prima dei racconti di John Smith. Un altro particolare contribuisce a rendere meno verosimile la storia la storia di Smith: costui all'epoca aveva sui 27 anni, mentre Pocahontas tra i nove e gli undici. Non solo. Pare che Smith rubasse agli indiani, e solamente perché questi erano alleati degli inglesi della colonia di Jamestown non gli andò peggio. Niente di strano che sia stato proprio lui a suggerire, come vedremo, il rapimento di Pocahontas. Questa, intanto, a 14 anni si era sposata col fratello del capo degli Japasaw, Kocom. I due ebbero una bambina. Ma le indiane, specialmente d'estate, usavano andare a giro nude, cosa che creava attriti con gli inglesi, che a ogni occasione allungavano le mani.
Gli indiani erano decisi a vendicare le loro donne, ma gli inglesi li prevennero rapendo Pocahontas, fresca di parto. La portarono su una delle loro navi e la rinchiusero nella stiva. Un tentativo di Kocom di liberarla finì tragicamente con la morte di quest'ultimo, ucciso sotto gli occhi della moglie. Lei, per il dolore, cominciò uno sciopero della fame. Preoccupati di perdere il prezioso ostaggio, gli inglesi permisero alla di lei sorella di venire ad assisterla. Pocahontas, rincuorata dalla presenza della congiunta, si riprese, accettò il
battesimo anglicano e il nome di Rebecca, e imparò velocemente la lingua. Forse fu la "sindrome di Stoccolma", chissà : a bordo rimase incinta. Di chi? Non si è mai saputo. Nel 1614 suo padre attaccò gli inglesi per liberarla, ma non ci riuscì. Sul terreno rimasero tanti morti da ambo le parti e Pocahontas-Rebecca, per tenere gli inglesi lontani dai suoi, decise di sottoporsi al trasferimento in Inghilterra, che i suoi sequestratori le chiedevano con insistenza. Infatti, erano ansiosi di mostrare a corte e al Paese la "principessa" indiana e acquisirne lustro.
Cosi, lei, la sorella e il bambino anglo-indiano Thomas salparono dopo cinque anni di prigionia. In Inghilterra ci fu il successo d'immagine che da lei ci si aspettava. Anzi, la sposarono con un certo John Rolfe, il quale dichiarò che il figlioletto di Pocahontas era suo. Non era vero, naturalmente, ma il Rolfe non vedeva l'ora di esibire in società la "principessa" indiana.
LA MORTE E IL DESTINO DEI FIGLI
Ormai ventunenne, ben vestita e acconciata all'inglese, padrona della lingua tanto da non sfigurare nei salotti, finalmente ottenne di poter tornare in Patria per riabbracciare i suoi cari. La corte era d'accordo e non si poteva mostrarsi senza cuore col pubblico. Cosi venne organizzata la pantomima del ritorno a casa. Innanzitutto, la nave scelta per il viaggio era, guarda un po', quella del capitano Samuel Argall, lo stesso che l'aveva tenuta prigioniera sulla medesima nave.
S'imbarcò, giustamente, anche il nuovo marito. Solo che una sera, mentre i tre erano a cena a bordo (non si sa se già salpati o in procinto di farlo) Pocahontas si sentì male. E in poche ore era morta. La versione fornita dai due uomini fu: tisi. Chi sa, invece, che la tisi è un male che dura molto a lungo, sospetta che la poveretta sia stata avvelenata da quei due, forse spaventati all'idea dell'accoglienza che avrebbero trovato presso i powhatan. Il corpo di Pocahontas e sepolto a Gravesend, nel Kent, e i film che abbiamo menzionato all'inizio hanno fatto alla tomba un'attrazione turistica. Il capo Wahunsenaca, saputo della fine della fine della sua "gioiosa" ne morì di crepacuore.
La tribù chiese più volte il corpo di quella sua sfortunata figlia, ma invano. Eh, i coloni inglesi non erano mica come i conquistadores spagnoli: questi non si muovevano senza cappellani francescani, mercedari, domenicani al seguito, e il loro re aveva preso precisi impegni evangelizzatori con il Papa. Tampinati dai missionari, i conquistadores dovettero sposare, regolarmente e con rito cattolico, le incas e le azteche. Da qui il meticciato sudamericano, a differenza del Nord, dove l'etnia indiana è quasi scomparsa.
Insomma, nelle zone spagnole una vicenda come quella di Pocahontas non sarebbe stata permessa. Andò leggermente meglio al piccolo Thomas, del quale il presunto padre John Rolfe fece presto a sbarazzarsi, affibbiandolo al fratello Henry. Thomas aveva solo cinque anni e Henry fu costretto a trascinare John in tribunale perché quello si rifiutava perfino di contribuire agli alimenti. Alla morte di John e poi di Henry, Thomas si ritrovò erede di certe terre in Virginia. Ci andò, ma non incontrò mai l'altro figlio di sua madre, rimasto con gli indiani. Quando mori anche lui, sulla tomba scrissero solo, oltre al nome, «figlio di Pocahontas». E fu tutto.
31 DEC 2024 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8021
STORIA DI MARIA: BOCCIATO! SAREBBE BASTATO SEGUIRE IL VANGELOÂ di Rino Cammilleri
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Tutti i più famosi registi americani hanno voluto dire la loro sui seguenti temi: fantascienza, horror, Vietnam, sesso. In una specie di gara al grido di "mo' vi faccio vedere io come si fa". Qualcuno ha prodotto capolavori, i più ciofeche. Vabbè. Ma c'è un tema su cui anche i non famosi, cioè quasi tutti, si cimentano: i Vangeli. Da una parte la cosa potrebbe far piacere, perché denota una certa qual nostalgia anche da parte degli atei che, nemmeno loro, non possono non dirsi cristiani perché anche la stessa possibilità di professare l'ateismo senza passare i guai viene dal cristianesimo. Dall'altra, però, questo continuo sfornare film su Gesù, Giuseppe e Maria (non tutti lo sanno, ma anche Christian Bale, "Batman", è stato Gesù) alla lunga stucca. Come le continue rivisitazioni di Francesco & Chiara.
L'ultimo nato del ricco filone è Storia di Maria, distribuito da Netflix e arricchito dalla presenza dell'ormai troppo vecchio Anthony Hopkins nei panni di Erode. Anticipo subito che l'unica cosa azzeccata è la scelta della protagonista, Noa Cohen, attrice israeliana dal nome squisitamente ebraico. Infatti, la Madonna era ebrea. Lo sviluppo della trama, poi, fa porre allo spettatore una domanda: ma perché tutti questi film si ostinano a non seguire pari pari il racconto evangelico, già di per sé avventuroso quanto basta? Macché, e giù con le varianti secondo l'estro, di solito dettate dal politicamente corretto del momento. E pure a questo Storia di Maria (nell'originale semplicemente Mary) l'idea che, essendo immune dal Peccato Originale, Maria abbia figliato in tutta serenità non riesce ad essere contemplata. Boh, chissà che consulenti ha utilizzato, forse teologi à la page.
Ebbene, nel film Maria e Giuseppe non trovano alloggio a Betlemme perché la città è intasata da quanti sono venuti perché sanno che lì deve nascere il Messia. Cosa che non sapeva nemmeno Erode. Boh. Il censimento romano? Nessuna traccia. Tiremm innanz. L'arcangelo Gabriele si presenta subito. A chi? A Gioacchino, disperato per non avere figli. A lui annuncia la nascita di Maria. Ma l'attore scelto per fare l'angelo ha un viso bruttino e inquietante. Invece, quello che fa Lucifero è bello. Ri-boh. Tra l'altro, Giuseppe, per difendere la moglie rapita da Lucifero, trafigge quest'ultimo con una spada. Vabbe', licenze poetiche. Ma a Giuseppe nessun angelo spiega come mai la sua fidanzata sia incinta. Se la tiene lo stesso, sì, solo perché ne è innamorato, e senza alcuna curiosità su chi sia il padre del nascituro. Per quanto riguarda il premio Oscar Erode, questi, tra una gigionata e l'altra, manda a uccidere tutti i bambini di Betlemme, tranne i neonati, che si fa portare al suo cospetto per vedere qual sia il Messia. Naturalmente non riesce a distinguere il Prescelto e viene praticamente ucciso da Gabriele.
Le scene di massa, al solito, sono girate in Marocco, e si vedono chiaramente facce maghrebine che lo spettatore è invitato a considerare ebree. Potremmo continuare con le incongruenze & ingenuità , ma ci sentiamo di invitare i registi a, per una volta, seguire il racconto evangelico senza aggiunte e/o varianti. Il risultato sarebbe molto migliore, come ha mostrato Mel Gibson. Tutto il resto, come direbbe Califano, è noia.
24 DEC 2024 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8008
DAI FILM CON ELVIS PRESLEY A MONACA DI CLAUSURAÂ da Sito Grazie Elvis
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Molti anni fa un'attrice di Hollywood molto richiesta, Dolores Hart, ha scioccato il mondo dello spettacolo quando ha rinunciato a tutto per diventare una suora cattolica benedettina di clausura. Ha lasciato la sua carriera, ha rotto il suo fidanzamento con l'imprenditore di Los Angeles Don Robinson ed ha seguito la sua vocazione di suora.
Dolores Hart, il cui vero nome è Dolores Hicks, è nata il 20 ottobre 1938 a Chicago, in Illinois. Dolores è l'unica figlia di Bert e Harriett Hicks. È anche la nipote acquisita, tramite il matrimonio di una zia, del cantante Mario Lanza.
Usando il nome d'arte di "Dolores Hart", nel 1956 è stata scelta per interpretare un ruolo di supporto nel film del 1957 "Loving You", in cui ha lavorato con Elvis Presley.
Dopo questa partecipazione, Dolores si è trovata con molte richiesta di lavoro ed ha fatto altri due film, prima di recitare di nuovo con Elvis Presley in "King Creole" del 1958.
Ha poi debuttato a Broadway, vincendo un Theatre World Award nel 1959 e una nomination al Tony Award come migliore attrice protagonista per il suo ruolo in "The Pleasure of His Company".
Nel 1960, Dolores ha recitato in "Where the Boys Are", una commedia per adolescenti, Â in cui si parlava di studenti universitari durante le vacanze di primavera. Il film ha avuto un seguito tale da divenire quasi un cult.
Dolores Hart ha continuato a recitare in altri quattro film, incluso il ruolo principale in "Lisa", basato su un romanzo di Jan de Hartog e nominato al Golden Globe come "Miglior film drammatico".
Era considerata una delle stelle nascenti di Hollywood ed è stata scelta per ruoli in "Wild Is The Wind", "The Plunderers", "Francesco D'Assisi", "Sail A Crooked Ship" e "Lonelyhearts" con Montgomery Clift. Il suo ultimo ruolo è stato al fianco di Hugh O'Brian nel film "Come Fly With Me" del 1963 .
A questo punto ha deciso di lasciare il mondo del cinema e, dopo aver rotto il fidanzamento con l'imprenditore di Los Angeles Don Robinson, l'attrice venticinquenne è diventata suora cattolica presso l'Abbazia Benedettina di Regina Laudis a Betlemme, nel Connecticut, diventando, in seguito, priora del convento.
Quando ha ricevuto la chiamata dagli Studios della Paramount?
Nel bel mezzo di una lezione, a Marymount, ho ricevuto una chiamata dagli studi della Paramount! Era il produttore associato di Hal Wallis e voleva che andassi alla Paramount per un incontro. L'insegnante non voleva che rispondessi alla chiamata, pensava fosse una farsa, ma ho risposto.
Volevano incontrarmi quel pomeriggio, mi sembra entro una mezz'ora, alla Paramount. In realtà , anch'io volevo incontrarli. Il mio amico, Don Barbeau, è venuto a prendermi con un carro funebre del 1938. Ero vestita con un maglione e calzini e sono andata dal signor Hal Wallis.
Mi ha chiesto: "Cosa vuoi fare della tua vita?".
Ho risposto subito ed ho detto: "Voglio fare l'attrice".
"Stiamo girando un film con il signor Presley e vogliamo che inizi la prossima settimana".
Non sapevo nemmeno chi fosse Elvis Presley, ma la settimana successiva c'erano gli esami finali a scuola.
Ho detto: "Deve essere la prossima settimana?".
La sua risposta: "Sì, lo fa!"
Madre Gabriel, la decana delle ragazze, è venuta a trovarmi e mi ha detto: "I ragazzi della scuola di recitazione vorrebbero un'opportunità come quella che sta capitando a te. Dolores questa è quella giusta! Accettala!".
Ho detto: "Va bene, va bene!".
Ho seguito il suo consiglio, ho fatto il provino ed ho ottenuto la parte.
Il cameraman ha chiesto: "Signorina Hart, chi le ha insegnato la tecnica della recitazione? Dove andava a scuola?".
"Non sono mai andato a scuola per queste cose".
E lui ha risposto: "Sicuramente sa cosa fare".
Alla fine la chiamata è arrivata ed ho iniziato le riprese con il signor Presley. Ho incontrato Wallie Westmore per il trucco e Edith Head per disegnare il mio guardaroba per il film "Loving You".
So che suoni il clarinetto. Hai suonato il clarinetto per Elvis?
Beh, due anni dopo, ho fatto un altro film con Elvis Presley. Jan Shepherd ha interpretato la sorella di Elvis nel film.
Il giorno del suo compleanno abbiamo fatto una festa per lei a casa mia.
Elvis è venuto alla festa di compleanno. Ho suonato il clarinetto ed Elvis si è seduto ed ha suonato il piano. Abbiamo suonato alcuni brani per il compleanno di Jan. Era un vero gentiluomo, un distillato di semplicità , umorismo e timidezza. A quel tempo era proprio se stesso.
Mentre stavamo girando "King Creole", aveva così tante persone che lo seguivano, che non potevi camminare per le strade di New Orleans. Era come un circo. Non crederesti alle folle.
I poliziotti erano ovunque. Dovevamo stare nelle camere d'albergo ad aspettare tra una scena e l'altra.
Quando finalmente siamo arrivati sul posto, siamo stati accompagnati all'ascensore ed alle camere dell'hotel. C'erano delle tavole tra un hotel e l'altro. Le abbiamo attraversate per andare in un altro albergo, siamo scesi con l'ascensore e siamo entrati in un'altra stanza.
Ci hanno portato dei panini. Elvis ha aperto la Bibbia di Gideon, poiché quella era la versione collocata nelle stanze dell'hotel. Qualunque passaggio avesse aperto, ne avremmo parlato.
Mi chiedeva: "Cosa ne pensi di questo passaggio?"
Com'è successo che hai visitato l'Abbazia?
Nel 1959 stavo recitando a New York "The Pleasure of His Company". Un'amica mi ha invitata ad incontrare alcune suore ed ha detto: "Sono molto speciali".
Ho esclamato: "SUORE! No, non voglio incontrare le suore!".
Ma la mia amica ha detto: "Ti ho mai guidato nel modo sbagliato?" ed io ho detto "No".
Così sono venuta a Regina Laudis dopo poche ore ed è arrivata la chiamata definitiva. Ti senti in un posto speciale.
Dopo la prima visita, continuavo a tornare tra gli spettacoli. Alla fine ho chiesto alla Reverenda Madre se pensava che avessi una vocazione.
Lei ha detto: "No, no. Torna indietro e fai il tuo film. Sei troppo giovane".
L'ho fatto, e poi ho fatto altri film: "Where the Boys Are" e "San Francesco d'Assisi", che mi ha portato a Roma.
Ho incontrato Papa Giovanni XXIII ed è stato molto determinante nell'aiutarmi a formare le mie idee su una vocazione. Quando sono stata presentato al Papa, ho detto: "Sono Dolores Hart, l'attrice che interpreta Chiara".
Ha detto: "No, tu sei Chiara!".
Pensando che mi avesse frainteso, ho detto: "No, io sono Dolores Hart, un'attrice che interpreta Chiara".
Papa Giovanni XXIII mi ha guardato dritto negli occhi ed ha affermato: "No. Sei Chiara!"
La sua dichiarazione mi è rimasta impressa e mi è risuonata nella mente molte volte.
Reverenda madre, potrebbe parlarci del suo fidanzamento prima di entrare nell'Abbazia?
Un'esperienza meravigliosa per me e Don Robison. Lui aveva la sensazione che potessi avere una vocazione. Voleva provare il fidanzamento: "Facciamo un tentativo".
Sono passati diversi giorni e stavamo guidando lungo la strada, quando ha fermato la macchina. Lui ha detto: "C'è qualcosa non va. Mi ami?".
"Certo, ti amo".
L'ha chiesto di nuovo e poi ha detto: "Qualcosa dentro di te non è con me".
Quando sono tornata a casa all'una di notte, ho chiamato ed ho prenotato un volo per le 6.00 del mattino per Regina Laudis.
Dio è lontano da tutti noi finché non entriamo nella realtà di noi stessi. Alla fine, sono arrivata a dire nel mio cuore più di ogni altra cosa e poi apertamente a me stessa: "La mia ricerca di Dio è stata una ricerca coniugale". [...]
13 NOV 2024 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7973
PARTHENOPE, IL FILM DI SORRENTINO CHE OFFENDE NAPOLI E LA CHIESAÂ di Rosa Benigno
È un grave e dolorosissimo oltraggio quello che Paolo Sorrentino ha inferto ai credenti con il suo film Parthenope. E lo porrà nella storia per avere attaccato alla "sua Napoli" una ulteriore etichetta negativa, del tutto gratuita e ingiusta su quanto di più caro hanno i partenopei: il rispetto e la devozione per san Gennaro, patrono della città .
Sono i numeri del botteghino a condizionare le recensioni dei film. E Parthenope non fa eccezione. È un meccanismo che alimenta sé stesso, portando a milioni di euro l'incasso di questa pellicola. Eppure, per i suoi contenuti osceni, ci sono spettatori che abbandonano il cinema tra il primo e il secondo tempo, ma questo non viene raccontato per non innescare un'inversione di tendenza.
Il trailer dell'autore di La Grande Bellezza dedicato a Roma, ma definito dai romani «decadente e torbido», rinvia a panorami e colori di Napoli che aprono il cuore grazie ad accesi toni d'azzurro tra cielo e mare, ma rimanda anche al buio dell'anima dello stesso regista che non ha modificato affatto il suo stile «decadente e torbido», appunto.
L'orrido prodotto che ha confezionato per attrarre pubblico, e che arriverà anche all'estero, è una Napoli – simbolicamente interpretata dalla protagonista Parthenope (Celeste Dalla Porta) – immersa nella lussuria, nell'edonismo e nella corruzione che raggiungono il culmine nella rappresentazione blasfema del "miracolo di San Gennaro", della fede dei partenopei nel Santo protettore, e del pastore che li guida: il cardinale Tesorone (Peppe Lanzetta). Nel film, l'anziano presule che attraversa le navate vestito solo di un ridotto slip di colore porpora, è una figura lasciva e profanatrice dell'altare, della reliquia del sangue di san Gennaro e dei gioielli del Tesoro. Negli ambienti, che richiamano alla memoria il Duomo di Napoli, si consuma una scena di erotismo disgustosa, con la giovane Parthenope addobbata degli oggetti sacri del Tesoro di san Gennaro. Nel film, il cardinale Tesorone viene definito "Satana".
IL "GENIO" SORRENTINO
Il clima conformista di acquiescenza al film è stato rotto dalla critica senza nessuna reverenza nei confronti del "genio Sorrentino", dal sacerdote Franco Rapullino, parroco di San Giuseppe a Chiaia che, sul quotidiano ROMA, ha definito il film «una raffigurazione offensiva del miracolo», scagliandosi contro il regista: «Non ha diritto di essere così blasfemo… un cardinale profanatore che ha reso disgustoso quanto è di più caro ai napoletani, rendendoli grotteschi nella fede che invece è autentica».
Questa ferma voce di ribellione al pensiero unico dominante ha avuto il merito di spingere - anche se ancora cautamente per il condizionamento laicista - altri media a denunciare il contenuto oltraggioso del film, che era stato nascosto dai critici nell'anteprima al Festival di Cannes. Si dirà : perché l'arte non va censurata. E, invece, una operazione-verità è doverosa. Se non altro nel rispetto di chi ha una sensibilità religiosa.
Nel simbolismo che si pretende attribuire al film, la ragazza Parthenope rappresenterebbe Napoli e, nelle sue esperienze vivrebbe le emozioni che Sorrentino conserva e comunica attraverso la macchina da presa.
Due le operazioni che Sorrentino fa in Parthenope: una estetizzante, con inquadrature estive del Golfo di Napoli, scogliere luminose, ville sul mare e interni barocchi. Cattura con l'obiettivo angoli di per sé incantevoli nei quali gli va riconosciuta la maestria dei professionisti della pubblicità , abili in giochi di luci, slow-motion, scene grandangolari, ombre, con le quali guadagna il consenso del pubblico, in un itinerario ipnotico. Reso docile l'osservatore con l'incantesimo delle immagini-spot, Sorrentino gli somministra allusioni e a volte scene esplicite di incesto (il fratello di Parthenope che desidera da sempre la sorella, fino al suicidio), poliamore, desideri e fantasie omosessuali, rapporti saffici, aborto, e l'amplesso pubblico di due ragazzi dai volti innocenti e spaventati, obbligati a unirsi carnalmente su un tavolo da biliardo, sotto lo sguardo di due improbabili famiglie camorristiche e di un prete, che assistono al "rito" come suggello della pax criminale.
LE "SCUSE" DI SORRENTINO
Infine, l'incontro tra Parthenope e il Cardinale Tesorone. Lei è una antropologa e ricercatrice che intende studiare il miracolo di san Gennaro. L'orrendo e lascivo cardinale appare al centro di una navata, semisvestito, intento a tingersi i capelli, per prepararsi alla celebrazione religiosa della liquefazione del sangue del Santo. Le donne del popolo pregano e sudano, si sventagliano e soffrono in una Cattedrale sovraffollata e soffocante. Il miracolo non avviene, ma una donna in menopausa comincia a sanguinare, urlando che il miracolo è avvenuto e lei stessa lo rappresenta. Il Cardinale Tesorone si arrabbia perché quella scena aveva distolto i fedeli dall'adorazione rivolta alla sua persona. Quindi, Parthenope chiede di vedere il Tesoro di san Gennaro e lui acconsente, ma prima le chiede di accompagnarlo a una festa mondana, dove lui fuma e gode della riverenza dei presenti. Infine c'è la scena di Parthenope addobbata dei gioielli del Tesoro di San Gennaro: sul capo la mitra, il manto che fa scivolare dalle spalle mostrando la croce di smeraldi e zaffiri, la collana che le copre in parte i seni, orecchini voluminosi e il resto di voluminosi gioielli a coprire al minimo il corpo nudo. Un letto fuoriesce dall'altare e qui la ragazza si concede all'uomo. La telecamera si allontana lasciando sullo sfondo i due protagonisti mentre riprende in primo piano l'ampolla con il sangue di San Gennaro che "osserva" la scena e "reagisce" cominciando a liquefarsi. Ognuno è libero di interpretare questi fotogrammi.
In un incontro con il pubblico, consapevole di avere offeso la sensibilità del mondo cattolico, Sorrentino ha tentato di difendersi, affermando di non avere messo alcuna etichetta al miracolo di san Gennaro perché la Chiesa «è troppo intelligente per criticare la sua opera» e ha chiesto di guardare e giudicare il suo film «senza pregiudizi». Ma forse voleva dire in modo acritico. Ha parlato del "miracolo di San Gennaro" come di «un rito»– né più né meno di quello che lui inscena tra le famiglie camorristiche del film – perciò privo di qualsiasi valore spirituale e sacro. Ha descritto la protagonista come una semplice ragazza che attraversa varie esperienze di vita. Il fatto è che Parthenope lo fa talvolta con punte di commozione, ma il più delle volte con un sorriso beota che è forse quello che Sorrentino vorrebbe vedere impresso sui volti di chi ha pagato il biglietto per assistere al suo film.
LE REAZIONI
Dopo la scena di sesso con il cardinale, Parthenope si presenta al suo professore universitario, Marotta (Silvio Orlando), una figura paterna che nasconde nel proprio intimo un grande dolore per un figlio disabile che tiene nascosto, e che decide di mostrare solo alla ragazza. Appare quindi un gigante seminudo, a metà tra un neonato e un adulto, obeso e dall'umorismo infantile, fatto «di acqua e sale, come il mare», dice Marotta. Si potrebbe pensare che Napoli - nell'immaginario di Sorrentino - è più aderente a questa irrealistica creatura-mostro che la giovane e spregiudicata ragazza narrata.
Nell'incontro con il pubblico, il regista non ha voluto spiegare nulla del simbolismo inserito nel film. Come ha scritto il critico Peter Bradshaw, che ha stroncato "Parthenope" su "The Guardian", si assiste a «due ore di pubblicità di un'acqua di colonia incredibilmente costosa».
Silenzio totale da parte dell'Arcivescovo di Napoli, Monsignor Domenico Battaglia, (appena nominato Cardinale) sulla inaccettabile blasfemia nei confronti del culto a san Gennaro e del miracolo della liquefazione del sangue.
«Disgusto e schifo», invece ha espresso don Franco Rapullino, Parroco di San Giuseppe a Chiaia a Napoli in una intervista al ROMA: «Sorrentino non ha diritto a essere così blasfemo - ha affermato il parroco - la satira è una cosa, ma a San Gennaro tutti tengono e in quelle scene in cui inserisce un Cardinale profanatore ha reso disgustoso quanto è di più caro ai napoletani. Rendendoli grotteschi nella fede che invece è autentica. Napoli è migliore di quella che lui ha messo in quel film. Niente di quel film si può apprezzare: sembra che tutto a Napoli ruoti incontro al potere, all'ambizione, al sesso e al denaro. Mi ha fatto proprio schifo. E quanto alla presenza e alla funzione della Chiesa, va detto che quella che andrà in giro per il mondo con le immagini del film Parthenope è solo una grande e deleteria menzogna. Perché questo regista non ne sa niente della vera religiosità ». [...]
21 AUG 2024 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7888
LA VITA DI FERNANDEL, L'ATTORE CHE HA INTERPRETATO DON CAMILLO PER IL CINEMAÂ di Samuele Pinna
Scrivevo nel mio A dottrina con don Camillo come il protagonista di Mondo piccolo sia «una delle figure letterarie contemporanee più amate: è capace di indossare - è il caso di dirlo - i panni del sacerdote che tutti vorrebbero ed è anche in grado di trasmettere profondi insegnamenti». Al successo letterario dei racconti di Giovannino Guareschi è seguito quello cinematografico, grazie anche all'interpretazione magistrale di Fernandel. Non si può pensare al personaggio guareschiano senza immaginarsi il volto tanto caratteristico del comico francese.
La vita di questo straordinario attore è stata messa nero su bianco dal giornalista Fulvio Fulvi, a cui chiedo immediatamente da dove sia nata l'idea di stilare la biografia intitolata Il vero volto di don Camillo. Vita & storie di Fernandel (Ares).
«È stato concepito partendo da una mia curiosità personale: chi era quel simpaticone di Fernandel? Sapevo che era un attore francese dal sorriso largo, e basta. Un bravissimo don Camillo che sapeva portare bene la tonaca e rendeva sullo schermo il personaggio che avevo conosciuto leggendo da ragazzo i racconti di Guareschi. Ricordo gli spot su carosello in cui pubblicizzava un famoso cognac insieme a Gino Cervi... Mi occupo sin da giovane di cinema, la mia grande passione, e allora ho cercato di saperne di più procurandomi quei film che lui aveva interpretato e che in Italia erano poco conosciuti. Poi, volendo approfondire, mi sono accorto che non esisteva nessuna biografia di Fernandel edita in Italia. E così mi sono messo a scriverla io...».
Ragiono: la popolarità per Fernandel diventa ancor più grande grazie alla personificazione del parroco della Bassa, sebbene fosse un artista già affermato in Francia quando fu scelto per quel ruolo.
«Sì - mi viene confermato -, era già popolarissimo per aver interpretato circa 120 film nel suo Paese, fu scoperto da un intellettuale della Provenza, la sua regione, Marcel Pagnol, scrittore e drammaturgo: fu lui a lanciarlo nel mondo del cinema. Ma Fernandel, cioè, all'anagrafe del Comune di Marsiglia, Fernand-Joseph-Désiré Contandin, aveva cominciato con le macchiette del "vaudeville", in una piccola compagnia teatrale con il padre e il fratello, girando con un camioncino i teatrini della Provenza. È stato il regista Julian Duvivier a volerlo come don Camillo nel primo film, uscito nel 1951».
È risaputo che a Guareschi inizialmente Fernandel non piaceva, ma poi ha ceduto davanti alla sua bravura. Desidero conoscere ancora qualcosa del pretone dalle mani grosse come badili.
«Don Camillo dal punto di vista letterario è un personaggio complesso, un esempio di sacerdote che ama il popolo e per la sua gente si impegna, mettendoci la faccia... Uno che ama il Crocifisso e ha consapevolezza di esserne un testimone, nonostante il carattere irascibile e un po' burbero. I film della saga guareschiana tendono a semplificare però certi aspetti presenti nell'opera dello scrittore di Roccabianca. Ma ne restituiscono la sostanza. In ogni caso, secondo me, don Camillo viene fuori così com'è, un pastore in mezzo al suo gregge, anche perché esiste Peppone, l'amico-antagonista, il sindaco comunista che trova proprio nell'autentica passione per la sua gente un punto di incontro con il parroco attaccabrighe, nonostante la distanza ideologica. Personaggi "consustanziali": non è possibile capire don Camillo senza Peppone. E viceversa».
A Fernandel i panni del sacerdote cascano a pennello, tanto che si racconta che sia stato scambiato più volte per un vero ministro di culto.
«Sì, parlando con i cittadini più anziani di Brescello, il paese emiliano dove sono stati girati i film, sono venuto a conoscenza di tanti aneddoti divertenti. Fernandel, nelle pause del lavoro, andava in giro per le vie con gli abiti di scena. Non si toglieva mai la tonaca e un giorno accadde che una bambina lo fermò chiedendogli di benedire la sua bambola. Lui cercò di convincerla che non era un prete vero, ma lei insistette e lui la accontentò. Il figlio del sagrestano della chiesa di Brescello mi ha raccontato che Fernandel dopo pranzo usava fare una pennichella e chiedeva di stendersi sul divano della canonica per una mezzoretta prima di ritornare sul set. In cambio ripagava con qualche banconota proprio il figlio del sacrista, che spesso faceva anche da staffetta tra l'attore e il regista portando messaggi all'uno e all'altro. Riceveva molte lettere dagli spettatori che lo trattavano come un vero prete. Ma nel mio libro si raccontano tanti episodi del genere».
Incalzo. C'è stato un incontro importante, quello con Pio XII.
«Papa Pacelli si era fatto proiettare in una saletta privata in Vaticano il primo film su Don Camillo, ne rimase colpito e chiese di incontrare l'attore. "Voglio conoscere il prete più celebre al mondo dopo di me", disse ai suoi collaboratori. Così accadde che un giorno, mentre Fernandel si trovava a Roma con la figlia, fu raggiunto da due "camerieri" di Sua Santità che lo invitarono il giorno dopo a un rendez-vous con il Pontefice. L'attore ne rimase stupito e, da cattolico com'era, si commosse. Nel mio libro racconto quel momento, grazie anche alla descrizione che lui stesso ne fece in un'intervista pubblicata su una rivista francese dell'epoca».
Non possono non domandare se Fernandel sia stato un uomo di fede.
«Fernand Contandin era un convinto cattolico, ebbe un'educazione religiosa, tanto che quando gli fecero leggere il copione del primo film, stava quasi per rinunciare alla parte perché, come si sa, ci sono dei brani - a mio avviso i più "decisivi" del personaggio - in cui don Camillo parla con il Crocifisso e Lui gli risponde. Pensava che fosse una cosa blasfema, ma poi si accorse che non era così...».
La religiosità - se è vera - s'incarna nel quotidiano, e pertanto voglio sapere qualcosa della sua vita privata.
«Fernandel è stato un marito fedele per tutta la vita (è stato sposato con Henriette per 46 anni) e padre di tre figli, due femmine e un maschio, Franck, anche lui attore (anche se di scarso successo). Con i figli era amorevole ma severo. E aveva un rapporto idilliaco con la suocera: fu lei infatti a dargli il nome d'arte Fernandel perché quando, da fidanzato, andava a trovare la sua Henriette, la mamma di lei lo presentava dicendo: "Et voilà , le Fernand d'elle!" ("Ecco il suo Fernando"). Da cui, appunto... Fernandel. Geniale no?».
Del resto, il genio si è mostrato anche nella sua lunga carriera che non si può ridurre ai soli lungometraggi su Don Camillo (basti pensare al film con Totò, due maschere all'epoca amatissime nei rispettivi paesi d'origine).
«Fernandel al cinema interpretava soprattutto personaggi bonari che rispecchiavano la sua naturale simpatia. Indubbiamente anche la faccia, dall'impronta cavallina, e la risata, influivano sulla caratterizzazione. Ma nella sua lunga carriera è stato protagonista anche con ruoli drammatici in film più o meno "impegnati". Senza contare il gendarme di La legge è legge, con Totò, del 1957 di Christian-Jaque, i più important, tra quelli che hanno avuto un'eco anche da noi, secondo me, sono stati il commesso viaggiatore Casimir nell'omonimo film di Pottier del 1950, Topaze di Marcel Pagnol, dello stesso anno e, dopo l'esordio nei panni del parroco guareschiano, Il nemico pubblico n. 1 di Henri Verneuil del 1953, La Vacca e il prigioniero di Verneuil del 1959, dove interpreta un militare francese catturato dai tedeschi e mandato a fare il contadino in una fattoria della Germania, Il giudizio universale di Vittorio De Sica, del 1961, Le tentazioni quotidiane di Duvivier, uscito l'anno successivo... Ma l'elenco potrebbe continuare!».
Saluto il noto articolista di Avvenire con un ultimo quesito: quale messaggio lascia in eredità la persona di Fernandel?
«Il messaggio che a mio giudizio ci ha lasciato questo grande attore è innanzitutto di una giovialità mai banale, una grande simpatia umana, un raro rigore professionale (morì praticamente sul set, mentre girava l'ultimo film della saga, Don Camillo e i giovani d'oggi: stava male ma volle lavorare ugualmente, svenne durante le riprese e pochi giorni dopo spirò nella sua casa di Parigi). Un'altra dote (un insegnamento da cui si dovrebbe imparare) è la capacita di essere un buon amico: così è stato con Gino Cervi, Jean Gabin, lo stesso Pagnol che lo lanciò come attore cinematografico. Era un uomo retto che aveva un senso del dovere e un amore per la famiglia. E noi spettatori "incalliti" dei film di Don Camillo, che non ci perdiamo mai una replica quando vengono riproposti in televisione, ce lo vogliamo ricordare sempre così, in tonaca, con la bicicletta, che parla con il Crocifisso (il quale gli risponde e "corrisponde") e litiga amorevolmente col compagno Peppone, che non era nemmeno tanto diverso da lui».
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